Dopo tante riflessioni tanti discorsi, tantissimi progetti e diversi business plan scritti e pensati mi rendo conto che quello che facciamo non è comunicazione, oddio lo è, ma la definizione non è assolutamente esaustiva. Cioè che facciamo è usare le logiche, gli strumenti l’esperienza di progetti di comunicazione social per creare e ampliare nuove logiche di business nell’arena dei Social Media.
Quello che sta avvenendo, ci pare di vedere chiaramente dal nostro punto di osservazione, è che le logiche emergenti dal mondo digitale stanno, sempre più radicandosi nella nostra vita.
Mi piace molto la definizione di Social Business di David Armano. La sposo.
L’ascolto delle conversazioni nasce come strumento di analisi della reputazione, ma il passo successivo dell’”engagement” è quello di porsi degli obiettivi funzionali: fare delle cose insieme al pubblico “ingaggiato”. Questo orizzonte cambia, e di molto, i progetti che si possono fare, che si fanno e che sempre più spesso si faranno.
L’equilibrio si sposta sempre più dalla misurazione di cosa dicono gli utenti al design di strumenti e spazi motivazionali per far collaborare le intelligenze giuste a un progetto partecipativo, che non abbia la sola funzione di essere divertente e “catchy”, ma che si ponga degli obiettivi chiari di business. I Social Media, quindi, come modello per la partecipazione a qualcosa di più importante che un insieme di mere conversazioni.
Immaginiamo nuovi servi, nuovi prodotti resi possibili esclusivamente dalla partecipazione dei diretti interessati. Una vera disintermediazione tra chi i servizi li produce e il pubblico che li usa. E la partecipazione alle logiche di business (sia nello sviluppo che nel miglioramento qualitativo del “prodotto”) del pubblico che intende utilizzare i prodotti o i servizi.